Libro

Dogen - Shobogenzo

libro di Dogen Zenji 1231-1253 ☉ 18 min di lettura ✓ verificata il 2026-05-18

Dogen Zenji — Shobogenzo

Sintesi

Il Shōbōgenzō («Tesoro dell’Occhio del Vero Dharma») è l’opera magistrale di Dogen Zenji (1200-1253), fondatore della scuola Soto Zen in Giappone. Scritto in giapponese classico (non in cinese come era uso per i testi dotti dell’epoca), il Shobogenzo comprende 95 fascicoli (kan) scritti nell’arco di due decenni, coprendo ogni aspetto della pratica e della visione Zen. È considerato il più grande capolavoro della letteratura filosofica giapponese e uno dei testi più profondi del Buddhismo mondiale.

Eihei Dōgen Kigen (1200–1253): Profilo Biografico e Storico

Eihei Dōgen Kigen (永平道元希玄), nato il 19 gennaio 1200 a Kyoto, morto il 22 settembre 1253 a Kyoto, è considerato uno dei massimi pensatori della storia giapponese e mondiale — paragonabile per profondità e originalità a Tommaso d’Aquino in Occidente o a Shankara nel mondo indiano. La sua opera (Shōbōgenzō, Eihei Kōroku, Eihei Shingi e numerose poesie waka e kanshi) costituisce il vertice della filosofia buddhista giapponese e ha esercitato influenza decisiva su tutto il pensiero giapponese moderno, fino alla Scuola di Kyoto (Nishida Kitarō, Tanabe Hajime, Nishitani Keiji) del XX secolo.

Le tappe principali della sua vita:

  • 1200: nasce a Kyoto da famiglia aristocratica imparentata con la corte imperiale (il padre era ministro di basso rango, la madre figlia del kanpaku — primo ministro)
  • 1202: muore il padre
  • 1207: muore la madre — l’evento traumatico che segnerà l’intera vita di Dōgen, dirigendolo verso la vita monastica
  • 1213: a 13 anni si fa monaco al monastero Tendai del monte Hiei (centro principale del buddhismo giapponese del periodo)
  • 1217: insoddisfatto dello scolasticismo Tendai, passa al monastero Kennin-ji di Kyoto sotto Eisai (introduttore della scuola Rinzai Zen in Giappone)
  • 1223–1227: viaggio in Cina dei Song meridionali. Studia con vari maestri Chan, infine incontra Tiantong Rujing sul monte Tiantong nel Zhejiang. Sotto Rujing realizza il shinjin datsuraku (lasciar cadere corpo e mente)
  • 1227: ritorno in Giappone “a mani vuote” (kūshu genkyō) — non porta testi sacri, solo la sua realizzazione
  • 1233: fonda il monastero Kōshōji a Kyoto
  • 1244: fonda il monastero Daibutsu-ji, poi rinominato Eihei-ji (“Eterna Pace”) — sede principale e ancora oggi monastero-quartier generale della scuola Soto Zen, nelle montagne dell’attuale prefettura di Fukui. Il trasferimento da Kyoto in zona remota è scelta deliberata: Dōgen vuole sottrarsi alla corte e alla politicizzazione del buddhismo Tendai
  • 1247–1248: invitato a Kamakura dallo shōgun Hōjō Tokiyori; rifiuta di trasferirsi e ritorna ad Eihei-ji dopo 6 mesi — gesto che rafforza il prestigio del monastero come centro di buddhismo non-cortesano, anti-statale, di rigorosa pratica
  • 1253: malato, ritorna a Kyoto per cure mediche e vi muore il 22 settembre

L’opera-vertice Shōbōgenzō è composta tra il 1231 e il 1253. La forma definitiva della raccolta non fu mai stabilita da Dōgen stesso: esistono redazioni in 75, 60, 28 e 95 fascicoli. La versione canonica dei 95 fascicoli è quella stabilita dai discepoli postumi (XIII-XIV sec.). Tradotta integralmente in giapponese moderno solo nel XX sec., e in inglese soltanto nel 1975-2008 (le grandi edizioni Nishijima-Cross, Tanahashi-Loori, Nishiyama-Stevens), l’opera rimane uno dei testi più densamente filosofici della letteratura mondiale — al limite dell’intraducibilità per la sua sintassi giapponese estremamente compressa, allusiva, performativa.

Dogen e il viaggio in Cina

Nato in famiglia aristocratica, Dogen rimase orfano a sette anni. La morte della madre lo tormentò con una domanda: «Se tutti gli esseri posseggono la natura di Buddha (busshō), perché il Tathagata ha insegnato la pratica della Via?» Per rispondere, a 24 anni si recò in Cina, dove studiò con il maestro Rujing del monte Tiantong. Lì un giorno Rujing gridò a un monaco che si era assopito durante la meditazione: «Lo studio Zen è il cadere del corpo e della mente!» (shinjin datsuraku). Dogen ebbe un risveglio immediato. Tornò in Giappone nel 1227 portando «le mani vuote» — non portò testi bensì la realizzazione diretta.

Shikantaza — Solo Sedere

La dottrina centrale di Dogen è lo shikantaza («solo, solo sedere») — una meditazione priva di scopo, oggetto o tecnica. Non si medita per raggiungere l’illuminazione: sedersi è già la manifestazione dell’illuminazione. Questa identità di pratica e realizzazione (shusho ichinyo, «pratica-realizzazione come uno») rivoluziona la concezione buddhista tradizionale: non c’è un prima e un dopo, non c’è una causa che produce un effetto spirituale.

Uji — Essere-Tempo

Il fascicolo Uji («Essere-Tempo») è considerato il contributo filosofico più originale di Dogen alla filosofia mondiale. L’«essere» non esiste in astratto separato dal «tempo»: ogni essere è tempo, e il tempo è essere. «L’essere di questo momento include l’intera rete del tempo.» Il passato non è andato — è realizzato nel presente. Il futuro non deve ancora venire — è già contenuto nel presente. Questa ontologia temporale precede di secoli Heidegger e la filosofia del tempo del XX sec.

Busshō — La Natura di Buddha

Dogen commenta il classico «Tutte le cose (sentient beings) hanno la natura di Buddha» modificando la lettura: «Tutte le cose sono la natura di Buddha.» (shitsu u busshō, vs shitsu-jō busshō). Non è qualcosa che gli esseri possiedono bensì ciò che sono. L’impermanenza (mujo) non contraddice la natura di Buddha — è la natura di Buddha. «L’impermanenza è essa stessa la natura di Buddha.»

Lo Zen nella vita monastica

Il Tenzo Kyokun («Istruzioni per il Cuoco dello Zen») — uno dei fascicoli più accessibili — illustra come preparare il pasto nel monastero Zen come pratica spirituale rigorosa. Ogni gesto — lavare le verdure, scegliere gli ingredienti, cuocere con attenzione — è zazen in azione. Non c’è divisione tra «vita sacra» e «vita ordinaria»: la cucina è il Tempio.

I Quattro Fascicoli Cardine: Genjōkōan, Bendōwa, Busshō, Uji

Lo Shōbōgenzō è opera oceanica di 95 fascicoli, ma quattro fascicoli costituiscono la spina dorsale filosofica del pensiero di Dōgen e sono i testi tradizionalmente offerti per primi al lettore occidentale:

  1. Genjō Kōan (“Il Kōan della realtà manifesta”, 1233) — il manifesto programmatico della scuola Soto. Inizia con il celeberrimo passo: “Quando tutti i dharma sono il Dharma del Buddha, allora c’è illusione e illuminazione, pratica, vita e morte, Buddha e esseri senzienti. Quando le diecimila cose sono prive di sé, non c’è illusione né illuminazione, né Buddha né esseri senzienti, né nascita né morte. La via del Buddha è fondamentalmente al di là di abbondanza e mancanza, ma esiste illusione e illuminazione, vita e morte, Buddha e esseri senzienti.” In poche righe Dōgen dispiega tutta la dialettica del Madhyamaka (Nāgārjuna) applicata alla pratica concreta della via

  2. Bendōwa (“Il discorso sulla realizzazione della Via”, 1231) — il primo trattato compiuto di Dōgen al ritorno dalla Cina, dove espone in 18 domande/risposte la pratica del shikantaza (“solo, solo sedere”) come essenza dello Zen autentico. Polemizza esplicitamente contro la concezione strumentale della meditazione (sedere “per ottenere” l’illuminazione)

  3. Busshō (“La natura di Buddha”, 1241) — il fascicolo dottrinalmente più audace. Dōgen rilegge la classica formula del Mahāparinirvāṇa Sūtratutti gli esseri senzienti hanno la natura di Buddha” trasformandone la grammatica giapponese in: “tutti gli esseri senzienti SONO la natura di Buddha”. Da possesso (shitsu jō busshō) a identità (shitsu u busshō) — la differenza non è retorica ma ontologicamente decisiva: non c’è qualcosa che gli esseri hanno, c’è qualcosa che gli esseri sono

  4. Uji (“Essere-Tempo”, 1240) — il fascicolo più filosoficamente rivoluzionario, oggi largamente studiato dalla filosofia comparata occidentale. Dōgen elabora una ontologia temporale in cui essere e tempo sono indissociabili: “Il tempo non è qualcosa che vola via lasciando dietro di sé l’essere; l’essere e il tempo sono uno”. Il termine uji (有時) — che letteralmente significa “qualche volta” in giapponese ordinario — viene riletto da Dōgen come “l’essere è tempo, il tempo è essere”. Anticipa di sette secoli Heidegger di Sein und Zeit (1927) — confronto sviluppato magistralmente da Joan Stambaugh in Impermanence is Buddha-Nature (1990) e da David Loy in Nonduality (1988)

Rilevanza massonica

Dogen esprime il principio massonico dell’opera omnia: ogni gesto, ogni lavoro, ogni mattone posato con consapevolezza è iniziatico. Non c’è separazione tra il Tempio e la vita quotidiana — il Fratello massone porta il Tempio con sé. L’ontologia dell’Uji — essere-tempo — riecheggia la visione ermetica del Tutto come presente nell’istante: «Come in alto, così in basso; come nell’interno, così nell’esterno.» Lo shikantaza è l’equivalente giapponese del mantenere la mente nel Tempio anche quando si è altrove.

📜 Struttura del Shōbōgenzō: i fascicoli e la tradizione testuale

Il Shōbōgenzō (正法眼藏, “Tesoro dell’occhio del vero Dharma”) non è opera unitaria, ma raccolta di 95 fascicoli (kan 巻) di varia lunghezza, scritti da Dōgen Kigen tra il 1231 e il 1253 (anno della sua morte). La grande novità: Dōgen sceglie di scrivere in giapponese vernacolare (kana-bun, wabun), non in cinese letterario (kanbun) come era prassi per tutta la letteratura buddhista colta dell’epoca. Questa scelta è programmatica: significa rendere accessibile il Dharma ai laici giapponesi e affermare una via del Buddha giapponese indipendente dai modelli cinesi.

Edizioni tradizionali del Shōbōgenzō: - Shōbōgenzō in 75 fascicoli (compilazione di Ejō, discepolo principale di Dōgen, c. 1255). Versione “vecchia” (kohon). - Shōbōgenzō in 12 fascicoli (compilazione tarda di Dōgen stesso, scritti negli ultimi 5 anni di vita, 1248–1253) — testi più focalizzati sulla disciplina monastica. - Shōbōgenzō in 28 fascicoli (himitsu, “segreto”, della linea di Giun). - Shōbōgenzō in 60 fascicoli (versione di Kōkyō Eshō, XIV sec.). - Shōbōgenzō in 84 fascicoli (versione di Manzan Dōhaku, 1684). - Shōbōgenzō in 95 fascicoli (compilazione finale di Honkō Katsudō, 1690) — l’edizione “vulgata” che riunisce tutto il materiale superstite. È quella su cui si fondano le traduzioni moderne.

Edizione critica moderna: Shōbōgenzō. Sōtōshū Zenshō (Tokyo: Sōtōshū Shūmuchō, 1929–1935; più riedizioni), 95 fascicoli in apparato critico-filologico. Versione standard per la ricerca accademica.

I fascicoli cardine (per profondità filosofica e centralità nella tradizione): - Genjōkōan (現成公案, “Il kōan attualizzato qui ed ora”), 1233 — il manifesto introduttivo della filosofia dōgeniana. - Bendōwa (辨道話, “Discorso sulla via”, 1231) — apertura programmatica, sui fondamenti dello zazen. - Busshō (佛性, “La natura di Buddha”), 1241 — più lungo del Shōbōgenzō, reinterpretazione radicale della tathāgatagarbha (matrice del Buddha). - Uji (有時, “Essere-Tempo”, 1240) — l’analisi più sofisticata mai prodotta dal Buddhismo sul rapporto fra tempo, essere e coscienza. Studio comparativo Heidegger-Dōgen: Steven Heine, Existential and Ontological Dimensions of Time in Heidegger and Dōgen (SUNY 1985). - Zazenshin (坐禅箴, “Esortazione allo zazen”, 1242) — testo fondamentale sulla pratica della seduta. - Fukan-zazengi (普勧坐禅儀, “Norme universalmente raccomandate per lo zazen”, 1227 — testo precoce e fondamentale, non incluso nel Shōbōgenzō ma compagno indispensabile). - Sansuikyō (山水經, “Il sutra delle montagne e delle acque”, 1240) — pagine di straordinaria bellezza poetica sull’identità della natura con il Dharma.

👤 Profilo biografico di Eihei Dōgen Kigen (1200–1253)

Dōgen Kigen (永平道元希玄) nasce a Kyoto il 19 gennaio 1200, in una famiglia aristocratica di alto rango della corte imperiale Heian: il padre Minamoto no Michichika è membro del clan Murakami Genji, alta nobiltà di Kyoto; la madre, una concubina di alto lignaggio. Orfano del padre a 3 anni (1203), della madre a 8 (1208), Dōgen si formula precocemente la Grande Domanda (suo fascicolo Hokyōki lo racconta): “Se tutti gli esseri sono già Buddha, perché bisogna praticare lo zazen?”. Questa domanda lo accompagnerà per tutta la vita.

Ordinazione e cammino zen (1212–1223). A 13 anni (1212) entra come monaco a Mount Hiei (sede della scuola Tendai). Disilluso dalla corruzione del clero Tendai, si trasferisce nel 1217 al Kennin-ji di Kyoto sotto il maestro Eisai (1141–1215, fondatore della scuola Rinzai Zen giapponese; in realtà Eisai era morto da poco — Dōgen incontra il suo successore Myōzen).

Viaggio in Cina (1223–1227). Con Myōzen, Dōgen parte per la Cina nel 1223, durante l’ultima fase della dinastia Song meridionale. Visita vari monasteri Chan, fino a incontrare nel 1225 sul Monte Tiantong (T’ien-t’ung) il maestro Tiantong Rujing (天童如浄, 1163–1228) della scuola Caodong (giapponese: Sōtō). Sotto Rujing, Dōgen ha l’esperienza del shinjin-datsuraku (身心脱落, “abbandono di corpo e mente”): un kōan della sua “Grande Domanda” si scioglie nell’esperienza di un confratello rimproverato dal maestro per essersi addormentato durante lo zazen (“praticare zen vuol dire abbandonare corpo e mente!”). Dōgen riceve da Rujing la trasmissione menju (面授, “faccia a faccia”) e la missione di portare la scuola Caodong in Giappone.

Ritorno e fondazione (1227–1243). Dōgen torna in Giappone nel 1227 senza portare reliquie o sutra (gesto programmatico: “ho portato solo gli occhi orizzontali e il naso verticale”, riferendosi alla pratica diretta dello zazen). Risiede a Kyoto nel Kennin-ji, poi nel 1233 fonda il Kōshō Hōrin-ji a Fukakusa (sobborgo di Kyoto) — prima sede della Sōtō Zen indipendente in Giappone. Il Shōbōgenzō inizia in questi anni (i primi fascicoli sono di 1231–1233).

Eihei-ji e gli ultimi anni (1243–1253). Le tensioni con il clero della capitale e la persecuzione del nuovo shogunato Kamakura spingono Dōgen a trasferirsi nel 1243 sulle montagne dell’Echizen (oggi prefettura di Fukui, Giappone centrale). Vi fonda il monastero Daibutsu-ji (大佛寺), poi ribattezzato Eihei-ji (永平寺, “Tempio della pace eterna”, 1246) — che è ancora oggi uno dei due daihonzan (tempi principali) della scuola Sōtō in Giappone, insieme al Sōji-ji di Yokohama. Vi compone gli ultimi fascicoli del Shōbōgenzō.

Morte (28 settembre 1253). Sentendosi malato, Dōgen si reca a Kyoto per cure mediche. Vi muore il 28 settembre 1253 (anno 5 di Kenchō) a 53 anni. Sue ultime parole secondo la tradizione: poesia Yume (“Sogno”). Il successore designato è Koun Ejō (1198–1280), suo discepolo principale, secondo abate di Eihei-ji.

🌐 La scuola Sōtō dopo Dōgen: trasmissione fino ad oggi

La scuola Sōtō Zen è oggi la principale scuola buddhista giapponese per numero di templi e fedeli (oltre 14.000 templi, 8 milioni di fedeli in Giappone). La sua storia:

Periodo Kamakura-Muromachi (XIII–XVI sec.): dopo Dōgen, la scuola Sōtō è gestita dal lignaggio di Ejō (Yōkō-an) e poi da Keizan Jōkin (1264–1325), quarto patriarca, che fonda il Sōji-ji (1321) e popolarizza la Sōtō presso le masse contadine. Keizan è considerato secondo fondatore della Sōtō; le sue Denkōroku (《伝光録》, “Record della trasmissione della luce”, 1300) ricostruiscono i 53 patriarchi della linea Caodong/Sōtō.

Periodo Edo (1603–1868): Sōtō si consolida sotto la dinastia Tokugawa. Manzan Dōhaku (1636–1715) restaura le regole originarie di Dōgen contro le derive popolari. Menzan Zuihō (1683–1769), erudito, è il primo grande commentatore filologico di Dōgen.

Restaurazione Meiji (1868–1912) e periodo moderno: Sōtō subisce le persecuzioni anti-buddhiste dell’inizio Meiji (haibutsu kishaku), ma sopravvive. Sōtō-shū Daihonzan (Eihei-ji e Sōji-ji come gemelli) si consolida come organizzazione centrale. Pubblicazione del Sōtōshū Zensho (1929–1935) — corpus testuale completo.

Diffusione occidentale (XX sec.): - Shunryū Suzuki (1904–1971), abate giapponese, va in California nel 1959. Fonda nel 1962 il San Francisco Zen Center (oggi anche Tassajara Mountain Center, Green Gulch Farm) — prima istituzione Sōtō in Occidente. Il suo Zen Mind, Beginner’s Mind (Weatherhill, New York 1970) è il libro buddhista occidentale di maggior diffusione. - Taizan Maezumi (1931–1995), fonda il Zen Center of Los Angeles (1967) e trasmette la linea Sōtō-Rinzai a numerosi discepoli occidentali (Genpo Merzel, John Daido Loori, Bernard Glassman). - Kōshō Uchiyama (1912–1998) e il suo discepolo Shōhaku Okumura (n. 1948, oggi Sanshin Zen Community, Bloomington, Indiana) hanno popolarizzato l’opera di Dōgen in Occidente con traduzioni e commenti rigorosi.

In Italia: la Sōtō è presente attraverso varie organizzazioni: - Tempio Zen Sōtō Anshin-ji di Marina di Massa (Massa Carrara) — fondato 1989, sotto Fausto Taiten Guareschi (discepolo di Maezumi-Niwa Roshi). - Comunità Stella del Mattino (San Sebastian Curone, AL) — Mauricio Y. Marassi (discepolo di Luciano Mazzocchi, a sua volta discepolo di Tetsugen Serra). - Tetsugen Serra Sensei (Carlo Tetsugen Serra), abate del Tempio Il Cerchio a Milano e di Enso-ji a Roma. - Roberto Aitan Bosi, comunità Soto a Padova. - L’Unione Buddhista Italiana (UBI) ha numerosi gruppi Soto associati.

📖 Edizioni e traduzioni del Shōbōgenzō

Traduzioni inglesi - Gudo Wafu Nishijima, Chodo Cross, Shōbōgenzō (4 voll., Windbell, London 1994–1999) — prima traduzione integrale anglofona dei 95 fascicoli, di carattere divulgativo. - Kazuaki Tanahashi (a cura di, in collaborazione con vari traduttori americani), Treasury of the True Dharma Eye. Zen Master Dogen’s Shobo Genzo (2 voll., Shambhala, Boston 2010) — la traduzione più diffusa, con accuratezza filologica buona. - Carl Bielefeldt (Stanford), Dōgen’s Manuals of Zen Meditation (UC Press 1988) e progetto di traduzione critica integrale del Shōbōgenzō presso lo Soto Zen Text Project (in corso, oltre 60 fascicoli online sul sito Soto Zen Buddhist Association). - Shōhaku Okumura, Realizing Genjokoan. The Key to Dogen’s Shōbōgenzō (Wisdom, Boston 2010) — commento al fascicolo cardine. Vedi anche Living by Vow (Wisdom 2012) e The Mountains and Waters Sūtra (Wisdom 2018).

Traduzioni italiane (situazione non ottimale: non esiste edizione integrale italiana del Shōbōgenzō): - Shōbōgenzō. Tesoro dell’occhio del vero Dharma, traduzione di Mauricio Y. Marassi, 5 voll. in corso, Edizioni Marietti / Stella del Mattino (Genjokoan 1995; Bendowa 2007; e altri fascicoli) — il progetto più organico in italiano. - Lo Shōbōgenzō di Dōgen Zenji, traduzioni parziali di vari curatori presso Astrolabio-Ubaldini, Magnanelli, La Lepre. Manca una traduzione integrale autoriale. - Fukan zazengi. Regole universalmente raccomandate per lo zazen, in numerose antologie (Aniccia, Stella del Mattino, ecc.). - Aldo Tollini (Università Ca’ Foscari Venezia), Lo Zen. Storia, scuole, testi, Einaudi, Torino 2012; Lo zen di Dōgen, in Studi sul Buddhismo — i contributi accademici italiani principali.

Edizione critica giapponese - Shōbōgenzō. Sōtōshū Zensho, Tokyo: Sōtōshū Shūmuchō, 1929–1935. - Shōbōgenzō a cura di Mizuno Yaoko (Kawamura Kodo, ed.), 4 voll., Iwanami Shoten, Tokyo 1990–1993 — edizione critica moderna standard.

📚 Bibliografia secondaria di riferimento

Studi monografici fondamentali - Hee-Jin Kim, Eihei Dōgen. Mystical Realist, Wisdom Publications, Boston 2004 (1ª ed. 1975) — la migliore monografia anglofona. - Steven Heine, Existential and Ontological Dimensions of Time in Heidegger and Dōgen, SUNY Press, Albany 1985 — confronto comparativo classico. - Steven Heine, Did Dōgen Go to China? What He Wrote and When He Wrote It, Oxford University Press, Oxford 2006. - Carl Bielefeldt, Dōgen’s Manuals of Zen Meditation, University of California Press, Berkeley 1988. - Hee-Jin Kim, Dōgen on Meditation and Thinking. A Reflection on His View of Zen, SUNY Press, Albany 2007. - Taigen Dan Leighton, Visions of Awakening Space and Time. Dōgen and the Lotus Sutra, Oxford UP, Oxford 2007. - Bret W. Davis (ed.), The Oxford Handbook of Japanese Philosophy, Oxford UP, Oxford 2020.

Tradizione Sōtō dopo Dōgen - Bernard Faure, The Will to Orthodoxy. A Critical Genealogy of Northern Chan Buddhism, Stanford UP, Stanford 1997. - William M. Bodiford, Sōtō Zen in Medieval Japan, University of Hawaii Press, Honolulu 1993. - T. Griffith Foulk, “Issues in the Field of East Asian Buddhist Studies. An Extended Review of Sungshan Pao-lin chuan and Early Ch’an History”, Japanese Journal of Religious Studies 20/1 (1993).

Shunryū Suzuki e Zen occidentale - Shunryū Suzuki, Zen Mind, Beginner’s Mind, Weatherhill, New York 1970 (trad. it. Mente Zen, mente di principiante, Astrolabio, Roma 1976). - David Chadwick, Crooked Cucumber. The Life and Zen Teaching of Shunryu Suzuki, Broadway Books, New York 1999.

Filosofia comparata Dōgen-Heidegger-Husserl - Joan Stambaugh, Impermanence Is Buddha-Nature. Dōgen’s Understanding of Temporality, University of Hawaii Press, Honolulu 1990. - Kenneth K. Inada, “Time and Temporality. A Buddhist Approach”, Philosophy East and West 24/2 (1974), pp. 171–179. - Rolf Elberfeld, Sprache und Sprachen. Eine philosophische Grundorientierung, Alber, Freiburg 2012.

In italiano - Aldo Tollini, Lo Zen. Storia, scuole, testi, Einaudi, Torino 2012. - Aldo Tollini, Antologia del Buddhismo giapponese, Einaudi, Torino 2009. - Massimo Raveri, Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese, Cafoscarina, Venezia 1984. - Massimo Raveri, Il pensiero giapponese classico, Einaudi, Torino 2014. - Mauricio Yushin Marassi, Il Buddismo Mahāyāna attraverso luoghi, persone, storia e dottrine, Marietti, Genova 1999. - Mauricio Yushin Marassi, traduzioni dei fascicoli del Shōbōgenzō (Marietti / Stella del Mattino).

Riviste - Eastern Buddhist, Otani University, Kyoto. - Japanese Journal of Religious Studies (Nanzan University, Nagoya). - Philosophy East and West (University of Hawaii Press). - Journal of Japanese Studies (University of Washington).

Risorse online - Sōtō Zen Buddhist Association (https://www.szba.org). - Soto Zen Text Project presso Stanford (https://www.shibun.com) — traduzioni in progress del Shōbōgenzō a cura di Bielefeldt e altri. - Eihei-ji ufficiale (https://www.daihonzan-eiheiji.com). - Tempio Sōtō Zen Anshin-ji (https://www.zen-buddhismo.org) — riferimento italiano.

Citazione significativa

«Studiare il Sé è dimenticare il Sé. Dimenticare il Sé è essere testimoniati da tutte le diecimila cose. Essere testimoniati da tutte le diecimila cose è il lasciar cadere il proprio corpo e quello degli altri.» — Genjo Koan

Note personali

Spazio per annotazioni personali

Vedi anche

  • Cuore del Sutra - Prajnaparamita — il vuoto Mahayana che è il fondamento dottrinale di Dōgen
  • Mistica Renana - Eckhart e la Via del Distacco — il parallelo cristiano (Suzuki ha esplicitato l’identità Eckhart-Dōgen)
  • Csikszentmihalyi Mihaly - Flow — il “non-fare nel fare” zen come parente del flow occidentale
  • Confucio - I Quattro Libri Classici — il contesto cinese culturale del buddhismo Chan

🏛️ Rilevanza Massonica

Questo testo si inserisce nella vasta tradizione del pensiero esoterico, filosofico e spirituale che costituisce il substrato intellettuale e simbolico della Massoneria speculativa. I temi trattati — natura dell’uomo, relazione con il cosmo, strutture dell’iniziazione e metodi di trasformazione interiore — trovano eco diretta nel percorso massonico dai tre gradi fondamentali ai gradi filosofici del Rito Scozzese Antico e Accettato. Lettura preziosa per ogni massone che voglia approfondire la ricca tradizione sapienziale di cui l’Ordine è custode e continuatore.

🔗 Vedi Anche

Cross-references: Buddha Shakyamuni | Carl Gustav Jung | Enzo Moro | Estasi e Transe | Iniziazione e Percorso Interiore | Karma | Massoneria | Morte e Rinascita | Reincarnazione | Silenzio e Vuoto | Sogno e Coscienza | Tradizioni Orientali

Tag Dogen Zen Soto shikantaza impermanenza Buddha-natura Giappone pratica

Prosegui il cammino