Tornata
L'Uróboro – Il Ciclo dell'Essere
Tornata Rituale — 14 aprile 2026
L’Uróboro — Il ciclo dell’essere
Il tema
Il serpente che si morde la coda. Una figura così antica da precedere quasi ogni civiltà che abbia lasciato traccia scritta. Così semplice da disegnare che un bambino potrebbe farlo. Così profonda da non essere mai stata esaurita da nessuna tradizione.
L’Uróboro è il simbolo del ciclo eterno — ma “eterno” qui non significa “sempre uguale”. Il serpente non sta fermo: si muove. La coda sparisce nella bocca, la bocca genera la coda. Ciò che viene consumato alimenta ciò che consuma. La domanda di fondo non è tanto “cosa significa”, quanto come si differenzia dalla spirale e dal cerchio.
Perché se l’Uróboro fosse solo un cerchio con le scaglie, sarebbe una figura di totalità statica come tante. Il cerchio è totalità in quiete; l’Uróboro è totalità in atto — e la differenza tra le due è l’intera distanza che separa la contemplazione dal divenire. Questa è la posta della tornata: leggere il simbolo non come emblema decorativo, ma come mappa di un processo — cosmico, alchemico e interiore insieme.
Cos’è l’Uróboro
Il nome viene dal greco ouroboros, “colui che divora la coda” (ourá, coda; boros, che divora). Nella sua forma più semplice è un serpente — a volte un drago — disposto in cerchio, che tiene in bocca la propria estremità. È un’immagine di unità e di ciclo: la fine coincide con l’inizio, la morte con la nascita, la distruzione con la creazione. Non c’è un punto in cui il serpente “comincia” e uno in cui “finisce”: è tutto insieme, principio e fine di sé stesso.
Il suo cuore concettuale si condensa in una formula che attraversa tutta la tradizione ermetica: ἓν τὸ πᾶν, hen to pan, “uno è il tutto”. La molteplicità delle cose è manifestazione di un unico principio, che si contiene e si rigenera senza aver bisogno di nulla al di fuori di sé. Il serpente non si nutre dall’esterno: si nutre di sé stesso. Ecco perché è, insieme, il simbolo dell’autosufficienza del cosmo e del ciclo dell’essere che eternamente si consuma e si rinnova.
Il cerchio, la spirale e l’Uróboro
L’Uróboro si comprende meglio per differenza rispetto a due figure vicine.
| Cerchio | Spirale | Uróboro | |
|---|---|---|---|
| Struttura | Linea chiusa | Linea aperta che si avvolge | Serpente che si chiude su di sé |
| Movimento | Nessuno — statico | Progressione lineare | Continuo — divenire |
| Ritorno | Al punto identico | A un punto analogo su un piano diverso | Al punto di partenza, ma trasformato |
| Tempo | Atemporale | Evolutivo-lineare | Ciclico-trasformativo |
| Principio | Totalità come essere | Progresso | Totalità come processo |
Il cerchio chiuso implica il ritorno all’identico: se l’Uróboro fosse solo questo, sarebbe una prigione cosmologica in cui tutto torna e nulla cambia. Ma l’Uróboro non è un cerchio piatto: è una spirale che appare come cerchio quando la si guarda dall’alto. Il serpente che completa il giro non è più lo stesso serpente di quando ha cominciato a mordere: si è nutrito di sé stesso. Questa è la distanza tra l’eterno ritorno dell’identico e l’evoluzione attraverso il ciclo.
Il “morso” e l’autoconsumo
La domanda apparente è: perché il serpente si morde? La risposta superficiale è “si nutre di sé stesso”. Ma l’atto non è di sopravvivenza — è di creazione continua. L’Uróboro non rappresenta il ciclo della natura osservato dall’esterno; rappresenta il principio per cui ogni cosa porta in sé la propria fine e il proprio inizio. Il serpente non muore mordendosi: si trasforma.
Sul piano concreto, questo significa che ogni fase della vita porta già in sé la fase successiva. La crisi non è rottura del ciclo — è il morso: il momento in cui ciò che si è consuma ciò che si era, per diventare ciò che si sarà. Il morso non è violenza: è la soglia, la dissoluzione necessaria che apre al nuovo.
Il morso come nigredo. L’atto centrale del simbolo non è la posizione del cerchio, ma il momento in cui i denti incontrano la coda. In alchimia questa fase corrisponde alla nigredo, la putrefazione: la dissoluzione dell’antico come precondizione del nuovo. Il Caput Corvi, la “testa di corvo”, è lo stesso nero che occupa la metà inferiore del serpente nella Chrysopoeia di Cleopatra. La formula operativa dell’alchimia lo dice in tre parole: solve et coagula — prima si scioglie, poi si ricompone. Il morso è precisamente il solve: la dissoluzione come atto iniziatico, non come distruzione.
Le fonti
La radice egizia — Mehen e la tomba di Tutankhamon
Il più antico Uróboro conosciuto compare nel Libro Enigmatico dell’Aldilà (Enigmatic Book of the Netherworld), testo funerario dipinto su uno dei sacrari dorati della tomba di Tutankhamon (KV62), attorno al XIV secolo a.C. Vi si vedono due serpenti che si mordono la coda: uno cinge il capo, l’altro i piedi di una grande figura che rappresenta l’unione di Ra e Osiride — Osiride che rinasce come Ra. Entrambi i serpenti sono manifestazioni di Mehen, il “Serpente-Avvolgitore” che protegge la barca del dio solare durante il viaggio notturno, fino alla rinascita all’alba. Il serpente protegge il nucleo vitale del ciclo cosmico: l’intera figura significa insieme il principio e la fine del tempo.
Horapollo e la lettura greco-egizia. Secoli dopo, il grammatico ellenistico Horapollo (V sec. d.C.) sistematizza la lettura egizia del simbolo nella sua Hieroglyphica:
“Quando vogliono rappresentare l’universo, disegnano un serpente con il corpo screziato di squame variegate che si mangia la coda.”
Le squame, spiega Horapollo, alludono alle stelle; il fatto che il serpente si nutra del proprio corpo indica che tutte le cose generate nel cosmo tornano a risolversi in esso.
Il contesto rituale: l’Amduat. Mehen appare nell’Amduat (il “Libro di Ciò che è nell’Aldilà”), dove protegge la barca solare durante le dodici ore della notte, fino alla rinascita come Khepri, lo scarabeo del mattino. L’Uróboro egizio non è quindi una figura astratta: nasce dentro una precisa drammaturgia della morte e della rigenerazione solare, in cui il serpente è custode del passaggio dal buio alla luce.
Hen to pan — l’alchimia e la Chrysopoeia
Il testo alchemico attribuito a Cleopatra l’Alchimista (Chrysopoeia, “Fabbricazione dell’oro”) mostra l’immagine più celebre dell’Uróboro alchemico. Il corpo del serpente è diviso a metà: nero in alto (nigredo, putrefazione) e bianco in basso (albedo, purificazione). Al centro, l’iscrizione ἓν τὸ πᾶν — “uno è il tutto”. Il serpente bicromo dice per immagine ciò che la formula dice per parola: gli opposti (nero/bianco, morte/vita, dissoluzione/coagulazione) sono i due tempi di un solo processo.
Il Codex Marcianus. L’immagine si conserva in un foglio del Codex Marcianus graecus 299 della Biblioteca Marciana di Venezia: la redazione del manoscritto risale al X–XI secolo, ma il nucleo del testo risale ai primi secoli dell’era cristiana, all’ambiente dell’alchimia greco-egizia di Alessandria. La formula hen to pan è il cuore concettuale di tutta la tradizione ermetica: la molteplicità del reale è manifestazione di un unico principio che si contiene e si rigenera. Il serpente bicromo è, letteralmente, la Grande Opera compressa in un solo segno.
Le tradizioni a confronto
Il simbolo attraversa culture lontanissime, e proprio nelle differenze si misura la sua profondità.
Ermetismo e Gnosi. Nei testi di Nag Hammadi il serpente non è il nemico ma, in più correnti, il messaggero della Sophia: colui che porta la gnosi (conoscenza) all’umanità contro la volontà del Demiurgo ignorante. Gli Ofiti costruiscono un’intera cosmologia attorno al Serpente Primordiale che circonda l’uovo del mondo. Il Pleroma gnostico — la “Pienezza Divina” che si contiene senza aver bisogno di nulla all’esterno — è strutturalmente identico all’Uróboro. Il Corpus Hermeticum riprende la stessa immagine: il Poimandres (CH I) apre con una visione in cui una luce infinita si distingue da un’oscurità umida e serpentiforme, insieme caos che precede l’ordine e potenziale gravido da cui l’ordine nasce.
Alchimia occidentale. Nell’alchimia moderna l’Uróboro è centrale nell’iconografia dell’Azoth attribuito a Basilio Valentino (Francoforte, 1613), il testo in cui la sigla V.I.T.R.I.O.L. (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem — “Visita l’interno della terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta”) riceve una delle sue formulazioni più note. Nel Rosarium Philosophorum (1550) le immagini alchemiche sono scandite come sequenza narrativa il cui filo conduttore è il ciclo uroborico di morte e rinascita della materia. Da Cleopatra al Rosarium all’Azoth, l’Uróboro diventa il diagramma della Grande Opera: nigredo–albedo–rubedo. Il Rubedo finale — il re rosso che emerge dall’opus — non è il ritorno al punto di partenza, ma la sua elevazione: non più cerchio piatto, ma spirale.
Teosofia tedesca — Böhme. Jakob Böhme descrive la realtà divina prima della creazione come Ungrund, il “Non-Fondo”, l’Abisso, la potenzialità assoluta senza determinazione. Nell’Ungrund nasce la Sehnsucht, il desiderio di conoscere sé stesso: Dio non può conoscersi se non attraverso la propria manifestazione, come l’occhio non vede sé stesso senza uno specchio. Il ciclo Ungrund → Sehnsucht → manifestazione → ritorno → Ungrund è una versione metafisica dell’Uróboro: non un circolo sterile, ma il meccanismo stesso dell’esistenza. Il “morso” böhmeano è il momento in cui il manifesto riconosce la propria origine nell’informe e vi ritorna — non regressione, ma completamento.
Ciclo o freccia? La tensione zoroastriana. Un contrappunto decisivo. Nello Zoroastrismo il principio del male, Ahriman, è figurato come serpente o drago cosmico — ma aperto, non chiuso: il serpente che spezza il cerchio invece di richiuderlo. Al ciclo eterno lo Zoroastrismo oppone la freccia del tempo verso la redenzione finale (frashokereti, il “rinnovamento” ultimo). Ciclo contro freccia, eterno ritorno contro storia orientata: è il nodo che l’Uróboro lascia aperto. Il serpente implica che ogni fine è anche un inizio; l’escatologia zoroastriana lo nega in favore di una storia compiuta una volta per tutte.
Platone — il vivente sferico che si nutre di sé (Timeo)
Nel Timeo (32c–33d) Platone descrive il cosmo come un vivente sferico e autosufficiente, che non ha bisogno di occhi né di organi perché nulla esiste fuori di lui: “il suo stesso consumo gli forniva il proprio nutrimento, e tutto ciò che faceva o subiva avveniva in lui e per opera sua”. È la versione filosofica greca dell’Uróboro: un sistema perfettamente chiuso che si alimenta di sé. La tradizione ermetica leggerà qui la matrice metafisica del serpente che si morde la coda — il fondamento razionale, prima ancora che simbolico, dell’hen to pan.
Jung — l’Uróboro come simbolo dell’opus (Mysterium Coniunctionis)
Per Carl Gustav Jung l’Uróboro non è un simbolo cosmologico esterno, ma una mappa del processo psichico. In Psicologia e Alchimia (1944) lo legge come l’inconscio pre-egoico, la totalità indifferenziata anteriore alla nascita dell’Io; esso corrisponde alla nigredo, il “morso” che dissolve la materia prima — sul piano psicologico, la crisi come porta obbligata della trasformazione. Nel maturo Mysterium Coniunctionis (1955–56) formula la lettura più esplicita:
“L’Uróboro è un simbolo drammatico per l’integrazione e l’assimilazione dell’opposto, cioè dell’Ombra. Questo processo di ‘ritorno a sé’ è al tempo stesso simbolo dell’immortalità, poiché si dice dell’Uróboro che egli uccide sé stesso e a sé stesso ridà vita, si feconda e da sé stesso si genera.”
La prima materia custodita dal serpente — annota Jung — non è altro che l’uomo stesso: il ciclo di autoconsumo e autorinascita è la struttura stessa dell’individuazione. Integrare l’Ombra non è eliminarla, ma riassorbirla nel cerchio della coscienza, come il serpente riassorbe la propria coda.
Neumann — lo stadio uroborico della coscienza (Storia delle origini della coscienza)
Il discepolo di Jung Erich Neumann, in Storia delle origini della coscienza (Ursprungsgeschichte des Bewusstseins, 1949, con prefazione di Jung), costruisce sull’Uróboro l’intera teoria evolutiva della coscienza — la lettura più rilevante per il cammino iniziatico.
Lo stadio uroborico è la condizione pre-egoica: l’Io non esiste ancora come entità distinta dall’inconscio. Tutto è presente in potenza, nulla è separato in atto — una fusione totale con la Grande Madre. Neumann precisa che l’Io in germe già esiste, ma “nuota ancora in cerchio”, riassorbito continuamente dal tutto. Da questa condizione la coscienza si sviluppa attraverso una sequenza di stadi archetipici fino a una reintegrazione consapevole. Tre grandi momenti:
- Stato uroborico — fusione inconscia, l’Io indifferenziato nel “grembo” dell’inconscio.
- Emergenza dell’Io / Mito dell’Eroe — separazione, differenziazione, la coscienza che si costruisce combattendo.
- Individuazione / Uróboro superiore — reintegrazione cosciente: la totalità riconquistata sapendo di abitarla.
Il terzo momento non è l’innocente fusione dello stadio iniziale, ma una totalità cosciente che ha attraversato la separazione e la conosce dall’interno.
Rilevanza per il cammino massonico
Il ciclo dei Lavori di Loggia è strutturalmente uroborico. La Loggia apre i Lavori (nascita), lavora (vita) e chiude i Lavori (morte); il ciclo si ripete a ogni tornata. Ma nessuna chiusura è identica all’apertura: si è lavorato, ci si è trasformati. La catena d’unione — le mani congiunte in cerchio alla fine della tornata — è un Uróboro collettivo: ciascuno riceve e trasmette, morde e viene morso, in un anello che non ha capo né coda.
Il terzo grado è la forma rituale più esplicita del mito uroborico nell’architettura iniziatica. Si entra nel buio, si muore simbolicamente, si viene rialzati: il ciclo non riporta al punto di partenza, perché chi è rialzato non è chi vi era entrato. Il cerchio è il punto d’arrivo della comprensione; l’Uróboro è il modo in cui la si vive dentro — la totalità non come possesso, ma come atto continuamente rinnovato. È la ragione per cui il simbolo, pur richiedendo maturità per essere colto in pienezza, parla a ogni grado: descrive la forma stessa del cammino.
La corrispondenza con Neumann. Le tappe del percorso iniziatico ricalcano la sequenza uroborica della coscienza:
| Neumann | Percorso iniziatico |
|---|---|
| Stato uroborico (fusione inconscia) | Chi non si conosce ancora, all’inizio del cammino |
| Mito dell’Eroe (separazione) | Chi studia, si differenzia, costruisce l’Io |
| Morte simbolica | Il passaggio della morte simbolica |
| Uróboro superiore (reintegrazione cosciente) | La totalità consapevole di chi è stato rialzato |
Non si abita più il cerchio come uno spazio fermo: ci si muove lungo di esso, sapendo di percorrerlo.
Domande per la riflessione
Sul ciclo e la spirale - Come si distingue l’Uróboro dalla spirale evolutiva dell’iniziazione? Se tutto è ciclo, cosa cambia davvero da un giro all’altro? - Esiste un punto in cui l’Uróboro è vissuto come prigione anziché come libertà? Quando il “ritorno” diventa stagnazione, e da quali segni lo si riconosce?
Sul morso - Qual è il momento del “morso” — la crisi feconda — nella vita di chi cammina? Cosa dev’essere consumato di ciò che si è stati, perché nasca ciò che si sta diventando? - Il morso non è distruzione ma apertura: come si distingue una dissoluzione che rigenera da una che soltanto disgrega?
Sul Cerchio e l’Uróboro - Il cerchio dice la totalità statica, l’Uróboro la totalità in movimento. Quale delle due descrive meglio lo stato interiore di chi ha attraversato l’elevazione? - Come si pratica concretamente questa “totalità in atto” nella settimana ordinaria, fuori dal Tempio?
Sull’Uróboro come struttura del Tempio - La catena d’unione che chiude i Lavori è un Uróboro collettivo. Come abitarla: gesto meccanico o chiusura cosciente del ciclo?
Ciclo o freccia? - Alla luce della tensione tra l’eterno ritorno dell’Uróboro e l’escatologia zoroastriana, il cammino iniziatico ripete o progredisce — e come tenere insieme le due cose?
Su Neumann e il percorso iniziatico - Il percorso corrisponde alla triade uroborica di Neumann: fusione → separazione → reintegrazione. In quale stadio ci si riconosce oggi? - Se lo stato uroborico iniziale è l’inconsapevolezza della totalità e il terzo grado ne è il riconoscimento cosciente, cosa cambia concretamente nel modo di vivere i Lavori?
Connessioni nel vault
- Antichi RITI EGIZI DI MORTE E DI Resurrezione — Mehen, l’Amduat e il Libro Enigmatico dell’Aldilà
- Corpus Hermeticum — hen to pan e il serpente cosmico del Poimandres
- Azoth. L'occulta opera aurea dei filosofi — V.I.T.R.I.O.L. e le xilografie dell’Uróboro alchemico
-
The Nag-Hammadi Library — il serpente gnostico come portatore di Gnosi
-
Boehme Jacob - Aurora e la Teosofia Tedesca — l’Ungrund e il ciclo metafisico
-
Zoroastrismo - Zarathustra e il Dualismo Cosmico — il serpente aperto e la freccia del tempo
-
Mysterium Coniunctionis — la lettura dell’Uróboro come integrazione dell’Ombra e simbolo dell’individuazione
- Jung - Psicologia e Alchimia — l’Uróboro come inconscio pre-egoico e la nigredo come “morso”
- Erich Neumann — Storia delle origini della coscienza — lo stadio uroborico e la meta dell’individuazione
- Gli archetipi dell'inconscio collettivo — base teorica degli archetipi
Connessioni nella Mappa
- l'uroboro — hub simbolico
- Il Cerchio — la totalità non divisa, il simbolo “gemello”
- Tempo e Spazio Sacro — tempo ciclico contro tempo lineare
- Tradizioni Misteriosofiche — l’Uróboro tra Egitto, alchimia e gnosticismo
- Alchimia Interiore — la nigredo come fase del ciclo
- Il Percorso Iniziatico — il ciclo come struttura dell’iniziazione
Fonti / Bibliografia
- Testi antichi. Enigmatic Book of the Netherworld (Libro Enigmatico dell’Aldilà), sacrari di Tutankhamon, KV62, XIV sec. a.C. — Amduat (Libro di Ciò che è nell’Aldilà). — Horapollo, Hieroglyphica (V sec. d.C.).
- Cleopatra l’Alchimista, Chrysopoeia, in Codex Marcianus graecus 299, Biblioteca Marciana, Venezia (nucleo dei primi secoli d.C., redazione X–XI sec.); iscrizione ἓν τὸ πᾶν (hen to pan).
-
Corpus Hermeticum, I (Poimandres); The Nag Hammadi Library (a cura di J. M. Robinson), per il serpente gnostico e la cosmologia ofita.
-
Basilio Valentino, Azoth (Francoforte, 1613); Rosarium Philosophorum (1550) — iconografia alchemica dell’Uróboro e sigla V.I.T.R.I.O.L.
-
Platone, Timeo 32c–33d (il vivente sferico e autosufficiente che si nutre di sé).
- C. G. Jung, Psicologia e alchimia (1944) e Mysterium Coniunctionis (1955–56) — l’Uróboro come simbolo dell’opus, della nigredo e dell’integrazione dell’Ombra.
- Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza (Ursprungsgeschichte des Bewusstseins, 1949) — lo stadio uroborico e gli stadi archetipici della coscienza.
- Jakob Böhme, Aurora e scritti teosofici — l’Ungrund e la Sehnsucht come ciclo metafisico dell’autoconoscenza divina.
- Sfondo storico-religioso. Testi zoroastriani sul dualismo Ohrmazd/Ahriman e sulla frashokereti (rinnovamento finale), per il contrasto tra tempo ciclico e tempo escatologico.
Nota: le citazioni di Horapollo, Cleopatra (hen to pan), Platone, Jung e Neumann sono state verificate su fonti primarie e su letteratura di riferimento (voci enciclopediche e studi accademici sul simbolo dell’Uróboro).