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Mircea Eliade

autore ☉ 27 min di lettura ✓ verificata il 2026-05-15

Mircea Eliade (1907–1986)

Storico delle religioni romeno. Figura capitale nella storia contemporanea del pensiero religioso, della mitologia comparata e dell’ermeneutica simbolica. Fondatore e direttore della Histoire des Religions presso l’Università di Chicago (1956–1985). Autore di un’opera monumentale che ha definito i parametri stessi della disciplina moderna di storia delle religioni, combinando ricerca filologica e storica con una visione unitaria del dato mitologico e sacrale come struttura profonda della religiosità umana di ogni epoca.


Biografia — Profilo Biografico

I Giorni della Formazione (1907–1928)

Mircea Eliade nacque a Bucarest il 13 marzo 1907 in una famiglia del ceto intellettuale romeno. Suo padre, Gheorghe Eliade, era un ufficiale dell’esercito; la madre, Jeanne Cotescu, aveva radici francofone, elemento che marche la formazione trilingue del futuro storico (romeno, francese, inglese). La Romania di inizio Novecento si trovava in una fase di transizione moderna-tradizionale, oscillazione che permeò tutta la sensibilità di Eliade: da un lato, l’aspirazione all’Europa e al razionalismo illuminista; dall’altro, la conservazione di una cultura popolare radicata nel mito e nel simbolo.

Studi liceali e universitari a Bucarest lo videro distinguersi per precocità e versatilità. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere, seguendo corsi di filosofia, storia e letteratura. La lettura giovanile di Schopenhauer, Balzac e, crucialmente, degli orientalisti francesi (Sylvain Lévi, Auguste Barth) accese in lui l’interesse per il pensiero metafisico e per le civiltà asiatiche. Nel 1921, a soli quattordici anni, pubblicò il suo primo articolo sulla rivista letteraria Bogdan Petriceicu Hasdeu. Nel 1925 completò una breve tesi di licenza in filosofia sulla filosofia italiana del Rinascimento.

L’Esperienza Indiana (1928–1931)

Il punto di rottura biografica arrivò nel 1928. Eliade, all’età di ventuno anni, ottenne una borsa di studio per l’Università di Calcutta, dove divenne studente del grande orientalista e filosofo Surendranath Dasgupta. Questi tre anni furono decisivi: Eliade non si limitò a studiare testi sanscriti e filosofia hindu in astratto, ma visse immerso nella cultura religiosa viva dell’India. Studiò il Yoga Sutra di Patañjali non come testo storico ma come tecnica praticabile; visitò templi e ashram; incontrò maestri viventi. Questa immersione etnografica-sapienziale lo differenziava radicalmente dagli orientalisti europei puramente eruditi: Eliade cercava la struttura interiore del religioso, non solo il dato filologico.

Durante questi anni produsse vari articoli per riviste indiane e iniziò a gettare le basi di ciò che diventerà Yoga, immortalità e libertà (1954). Il contatto diretto con il monismo advaita di Shankara, con le pratiche tantriche, con i miti Puranic gli fornì una risorsa terminologica e concettuale che avrebbe permesso di parlare di religione in termini non cristiani, non occidentali. L’India gli insegnò che il sacro non era un’anomalia moderna, una reliquia psicologica, ma una dimensione strutturale della coscienza umana.

Il Ritorno a Bucarest e l’Epoca Controversa (1931–1940)

Rientrato in Romania nel 1932 (dopo una breve permanenza a Bucarest e una visita a Firenze), Eliade divenne libero docente e poi assistente di storia delle religioni all’Università di Bucarest. Nel 1933 si dottorava con una tesi su Yoga and Indian Occultism, pubblicato poi in francese. Insegnò anche letteratura italiana. Durante questi anni elaborò l’ossatura del suo pensiero maturo, cominciando a scrivere i lavori che avrebbero fondato la disciplina moderna.

Tuttavia, questo periodo è macchiato da una questione che rimane controversa fino ad oggi: il coinvolgimento di Eliade con il movimento legionario romeno, in particolare con la Guardia di Ferro (Legiunea Arhangelului Mihail). Alcuni testimoni, tra cui la storica Adriana Berger e lo scrittore romeno Norman Manea, hanno documentato che Eliade mantenne simpatie, se non iscrizione formale, con questo movimento ultranaazionalista e antisemita. Nel 1945, dopo la guerra, Eliade fu anche segretario dell’ambasciata romena in Portogallo, incarico assegnato da un governo comunista che lo avrebbe poi perseguitato. Le scuse successive di Eliade furono ambigue: sosteneva che il suo interesse era “mistico e antimodernista” piuttosto che propriamente politico. Gli apologeti, tra cui Ioan Culianu, hanno sostenuto che i dettagli biografici furono esagerati da nemici politici. La verità rimane sfumata, ma il fatto rimane che uno dei più grandi interpreti del sacro nel XX secolo si trovò intrappola dall’ideologia totalitaria del suo tempo. Questo rimane un insegnamento sulla possibilità che la profondità spirituale non garantisca chiaroveggenza etica.

L’Esilio in Europa e il Trasferimento a Chicago (1945–1956)

Dopo il 1945, con l’instaurazione del regime comunista romeno, Eliade non poteva più tornare in patria. Fuggì in Portogallo (dove rimase fino al 1948), poi si trasferì a Parigi. A Parigi, presso la Scuola Pratiche Studi Superiori (EPHE), Eliade trovò una posizione di ricerca (1948). Fu durante questi anni parigini che produsse alcune delle sue opere più importanti: Il mito dell’eterno ritorno (1949), Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi (1951), Immagini e simboli (1952). A Parigi frequentò il circolo di Eranos, il seminario annuale tenuto a Ascona (Svizzera) dal 1933, dove incontrava altri grandi pensatori: Carl Jung, Henry Corbin, Gershom Scholem, Paul Tillich. Eranos divenne per Eliade una seconda patria intellettuale.

Nel 1956, l’Università di Chicago lo invitò a fondarvi una cattedra di storia delle religioni. Eliade accettò e vi rimase fino alla morte, fondando una vera scuola. A Chicago scrisse il Trattato di storia delle religioni (1958), opera summa del suo pensiero metodologico, e molti volumi successivi. Chicago divenne il centro mondiale di una nuova disciplina: la storia delle religioni come disciplina autonoma, non subordinata alla teologia cristiana, alla sociologia durkheimiana o all’antropologia evoluzionista.


Tappe dottrinali — Architettura Concettuale del Pensiero

I. Il Sacro e il Profano: Gerarchia Ontologica

Per Eliade, il sacro non è una categoria psicologica, sociale o letteraria, ma una modalità di essere nel reale stesso. Il sacro è irriducibile al profano, non è una sua derivazione o patologia: è un’alterità ontologica. Scriveva nel prologo a Le Sacré et le Profane:

“L’homme religieux se sent obligé d’habiter dans le Sacré… et il entreprend tous les efforts pour s’y élever.” (Eliade, Le Sacré et le Profane, 1957, p. 18)

“L’uomo religioso si sente obbligato ad abitare nel Sacro… e intraprende tutti gli sforzi per elevarsi in esso.”

Questa elevazione accade attraverso la ierofania, la “manifestazione del sacro.” Non esiste un’antitesi tra sacro assoluto e mondo profano empirico: piuttosto, il sacro si manifesta nel profano. Un albero, una pietra, una montagna diventano assi cosmici (axis mundi) quando il sacro irrompe in essi. Eliade non inventava questa idea, ma la sistematizzava a partire dai dati etnografici: i Navajo, gli Dogon, gli Indù, i popoli sibieriani, tutti strutturavano lo spazio secondo centri e periferie cosmiche. L’omphalos (l’ombelico del mondo) che ritroviamo nel santuario di Delfi, nella Ka’aba di La Mecca, nel Meru indù, nel pozzo cosmico dei Sami, non era una fantasmagoria religiosa ma la struttura mediante cui l’uomo senza il mito non poteva abitare il cosmo senza dissolvimento mentale.

Il valore ontologico della ierofania pone il sacro come più reale del profano. In terminologia eliadiana, il profano è una categoria negativa: ciò che manca di realtà piena, di significato pieno. Per il religioso arcaico, il “reale” è ciò che partecipa al sacro, ciò che è istituito dal mito primordiale. La casa, il tempio, il corpo stesso del re sono “reali” in proporzione al loro grado di ierofania. Lo spazio profano intorno è, letteralmente, il “caos” (in senso cosmologico, non etico). La cosmogonia è sempre anche un insediamento: creare il mondo è creare il centro, il luogo dove la comunità può abitare in verità.

Critiche posteriori (in particolare lo storico delle religioni Jonathan Z. Smith negli anni 1980) hanno sottoposto a revisione questa architectonica eliadiana. Smith ha argomentato che “il sacro” non è una categoria empirica naturale, bensì una costruzione discorsiva prodotta dagli storici stessi. L’idea che tutti i religioni “sappiano” dove si trova il loro axis mundi è un’imposizione erudita retroattiva. Alcuni popoli non hanno nemmeno questa categoria. Tuttavia, anche Smith non ha negato che la categoria “sacro” sia utile per leggere determinate fonti; ha semplicemente insistito che rimanga una categoria storica dell’interpretazione, non della realtà. Eliade, dal canto suo, ha sempre sostenuto che il suo era un progetto di ermeneutica, non di “scoperta oggettiva”: il sacro è una dimensione che l’uomo crea attraverso simboli e miti, ma è reale nella sua efficacia psichica e sociale.

II. Il Tempo Ciclico e l’Eterno Ritorno

Se il sacro è la dimensione della vera realtà, il tempo profano è la dimensione della perdita di realtà, della degradazione. Eliade distingue radicalmente tra il tempo profano (lineare, irreversibile, privo di significato interiore, il tempo della storia moderna) e il tempo sacro (ciclico, recuperabile, carico di significato archetipico).

Il tempo profano è il tempo della storia moderna, il “terrore della storia” (la terreur de l’histoire). Una volta perso il mito, il cristiano, il musulmano o l’indù, quando diventano moderni, si trovano gettati in un tempo puramente lineare dove gli eventi accadono senza struttura ripetitiva, senza archetipo. Ogni momento è nuovo, mai ricorrente. Questo produce un senso di vertigine metafisica: il significato scompare. Il filosofo è costretto a inventare significati artificiali (il Progresso, la Ragione Storica, la Dialettica) per dare coerenza a questa linearità. Ma il religioso arcaico non conosce questo problema: il suo tempo è ciclico.

Nel tempo ciclico, ogni atto ripete un prototipo cosmico. Il re, nel rito di incoronazione, reitera la cosmogonia divina. Il contadino, nel momento della semina, ripete l’atto primordiale della creazione. Il sacrificio non è mai “nuovo” nel senso moderno: è sempre l’iterazione rituale dell’autosacrificazione del dio primordiale (Purusha nell’Induismo vedico, Osiride in Egitto, Dioniso in Grecia). La realtà non progredisce; ritorna. Eliade scrisse:

“Pour l’homme archaïque, cet Éternel Retour implique une vision ontologique de l’être réellement; c’est-à-dire une vision dans laquelle toute créature, tous les événements, toute l’histoire du monde participent à la même essence éternelle que la divinité.” (Eliade, Le Mythe de l’Éternel Retour, 1949, p. 42)

“Per l’uomo arcaico, questo Eterno Ritorno implica una visione ontologica dell’essere realmente; cioè una visione nella quale ogni creatura, ogni evento, tutta la storia del mondo partecipano alla medesima essenza eterna della divinità.”

Questo non significa che il tempo non “scorre”: significa che il suo scorrimento non è mai veramente nuovo, perché è sempre interno a un ciclo che si ripete. La cosmogonia è seguita da un periodo di ordine (kosmologia), poi da un’inevitabile degradazione e decadenza (kali-yuga, senescenza del mondo), quindi da un nuovo cataclisma e una rinascita cosmica. È il ciclo indù delle yugas; è l’escatologia zoroastriana; è il mito polinesiano di Maui che tirai le isole dal mare, ripetuto a ogni creazione. E crucialmente, il religioso sa che può partecipare a questa rinascita attraverso il rito correttamente eseguito. Non è passivo spettatore della storia.

La nostalgia della ciclicità è, per Eliade, la caratteristica più profonda del religioso moderno, anche quello che crede di aver rifiutato il mito. Perché il moderno soffre del “terrore della storia”: non sa come dare significato al suo tempo lineare. Da qui l’attrazione ossessiva dell’Occidente per le “religioni esotiche” (India, Cina, sciamanesimo), non per autentico interesse, ma per il ricordo atavico della ciclicità perduta. Il moderno desidera disperatamente il ritorno all’Eterno Ritorno, ma ha perso il codice simbolico per accedervi.

III. Lo Sciamanesimo: Tecniche dell’Estasi e Maestria Cosmica

L’opera Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi (1951) è forse la più influente di Eliade, anche se anche la più discussa. Eliade propone una definizione strutturale dello sciamanesimo che lo rende comparabile dalle Siberie agli Ande, dal Nordafrica al Giappone:

Lo sciamano è colui che: 1. Sperimenta l’estasi tecnica (non spontanea, patologica, come la possessione). L’estasi è una capacità acquisita, addestrata. 2. Compie un viaggio verticale nella cosmografia tripartita (cielo, terra, inferno/sottomondo), spesso attraverso la salita di una montagna, di un albero o di una scala (axis mundi). 3. Comunica con le potenze divine e infere per conto della comunità. È un guaritore, un divinatore, un polemista contro forze maligne. 4. Viene scelto da una vocazione sovrumana: malattia iniziatica, estasi spontanea, lignaggio.

Questo fascio di tratti costituisce uno “sciamano” in senso eliadiano. Non è semplicemente un “chamane” di una specifica etnia siberiana o amazzonica, ma una categoria transculturale, un “tipo umano” che appare quando l’uomo sente il bisogno di mediare tra il visibile e l’invisibile, tra il noto e l’ignoto.

Eliade raccoglie una mole impressionante di etnografia: dalle siberie (Tungusi, Chukchi, Sami), dagli Indiani d’America (Navajo, Sioux), dal mondo altaico e mongolo, dalle Americhe (Amazzonia, Ande), dall’Africa subsahariana, dall’Asia del Sud, da Oceania. In ogni luogo rinviene la medesima struttura: il viaggio, la montagna, l’iniziazione sciamanica, l’estasi controllata.

Tuttavia, le critiche posteriori hanno posto interrogativi seri sulla categoria eliadiana. Storici come Roberte Hamayon e Caroline Humphrey hanno messo in dubbio che questa “categoria sciamanica” sia una realtà etnografica effettiva o una costruzione anacronistica di Eliade (il termine “sciamano” viene dal tunguso; applicarlo all’Australia o all’Africa è già un’operazione storiografica). Inoltre, il presupposto di Eliade che l’estasi sia tecnicamente controllabile rimane discusso: alcuni sciamani possono essere patologicamente psicotici. Infine, il legame tra “tecnica dell’estasi” e “religiosità universale” che Eliade stabilisce è problematico se non tutti i religioni sciamaniche praticano l’estasi in senso eliadiano.

Nonostante queste obiezioni storiografiche, la categoria di Eliade rimane generativa: ha permesso di leggere la mistica medievale europea, il sufismo islamico, la mistica ebraica e cristiana come varianti culturali di una medesima esperienza sciamanica di ascensione divina. Il “paradosso cognitivo dell’estasi” che Eliade identifica — come si può parlare dell’indicibile? — rimane centrale.

IV. Il Mito come Modello Esemplare

Per Eliade, il mito non è una “favola” nel senso moderno di narrativa fantastica senza valore di verità. Il mito è, etimologicamente, mythos: un discorso, una spiegazione della realtà. Più precisamente, il mito è il racconto della realtà primordiale, il tempo sacro in cui gli dei e i semidei istituirono l’ordine cosmico, i rituali, le istituzioni sociali. Quando il re compie il rito di incoronazione, non sta simbolicamente rispecchiando il mito; sta iterando il mito. Il mito non è un modello metaforico al quale il rito assomiglia; il rito è il mito attuato nel tempo profano.

Questo rovescia completamente la gerarchia occidentale moderna dove “mito” è opposto a “realtà”. Per Eliade, il mito è la realtà primordiale della quale la storia profana è solo una ripetizione degradata. Scriveva:

“La pensée religieuse se meut toujours au niveau du mythe. Le mythe est l’histoire des dieux, des êtres surnaturels, des héros civilisateurs. Bref, le mythe est le récit de créations: il rapporte comment quelque chose a été produit et a commencé à être.” (Eliade, Traité d’Histoire des Religions, 1958, p. 372)

“Il pensiero religioso si muove sempre al livello del mito. Il mito è la storia degli dei, degli esseri sovrumani, degli eroi civilizzatori. Insomma, il mito è il racconto delle creazioni: racconta come qualcosa è stato prodotto e ha cominciato ad essere.”

Cruciale è la nostalgia paradisiaca che Eliade identifica come costante della religiosità umana: la memoria inconscia di uno stato primordiale di unità, innocenza, abbondanza, prima della caduta nella storia profana, nella molteplicità, nella mortalità. Il mito del “Paradiso Perduto” non è specifico del cristianesimo; Eliade lo rinviene nei Dogon del Mali (il mito dell’Amma primordiale), negli Aborigeni australiani (il Dreamtime), nell’Induismo (il Satya-yuga, l’età dell’oro), nella Persia zoroastriana (il Getu (stato paradisiaco iniziale). Questa nostalgia non è una neurosi moderna; è una struttura portante del religioso di ogni epoca, una memoria esistenziale del senso.

V. Il Simbolismo e l’Ermeneutica Transculturale

Eliade non è soltanto uno storico delle religioni nel senso descrittivo. È un ermeneutico, un interprete di simboli. Il suo metodo emerge chiaramente in Immagini e simboli (1952), dove affronta il problema: come leggere il simbolo? Come il simbolo “parla”?

Per Eliade, il simbolo è multivalente. Non ha un significato univoco. L’acqua (simbolo ricorrente) può significare fecondità, purificazione, caos primordiale, morte, rinascita. Il significato non è arbitrario (come nella moderna semiologia strutturale), ma emerge dalla struttura stessa del simbolo nel corpo e nella natura. L’acqua pulisce realmente, discioglie realmente, consente la vita realmente. Quindi il suo significato religioso non è una proiezione culturale, ma una trasfigurazione della sua efficacia materiale.

Questo isomorfismo tra materia e significato è centrale nel metodo eliadiano. L’albero non è un simbolo “di” qualcosa; l’albero è axis mundi perché realmente connette il suolo (materia, radici), il tronco (il presente, la linearità temporale), i rami e le fronde (il cielo, lo spirituale). La struttura materiale dell’albero riflette la struttura cosmologica. Non è metafora; è correspondentia.

Eliade argomentava inoltre che il simbolo religioso è transculturale perché radicato nel corpo, nel cosmo, nella struttura della coscienza. Un cristiano medievale comprende il simbolismo dell’aquila (il cielo, l’elevazione) non perché educato nel simbolismo medievale, ma perché il corpo sente l’attrazione verso l’alto quando vede il volo. Il simbolo non è dunque una costruzione meramente culturale: è una struttura profonda che le culture elaborano differentemente, ma nella quale tutte riconoscono qualcosa di originario.

Questa tesi è stata criticata dagli studiosi di orientamento costruzionista (come Edmund Leach) che sostengono che il significato è sempre già culturale, generato dal sistema di differenze nel quale il simbolo è immerso. Ma Eliade ha sempre ribattuto che il compito dello storico delle religioni è scoprire le invarianti transculturali, non solo le variazioni. Altrimenti la disciplina collassa in una mera descrizione etnografica senza capacità comparativa.


Il Rapporto con Guénon, Jung e la Tradizione Esoterica

L’Influenza di René Guénon

Eliade lesse profondamente René Guénon (1886–1951), il metafisico francese che aveva proposto una critica radicale della modernità come “deviazione rispetto all’Ordine Tradizionale.” Dalla lettura guénoniana, Eliade assorbì:

  1. La dicotomia sacro-profano come dicotomia reale, non illusoria.
  2. L’idea che la modernità rappresenta una decadenza metafisica, una perdita dell’accesso al Principio Superiore.
  3. Il metodo comparativo-tradizionale: leggere le civiltà pre-moderne come portatori di una Sapienza Primordiale, trasversale alle religioni.

Tuttavia, Eliade rimase sempre uno storico, non un “tradizionalista” nel senso guénoniano. Guénon cercava di dimostrare che esiste una Tradizione Unica alla radice di tutte le religioni (la “Religio Perennis”) e che la storia moderna è un decadimento da questa unità primordiale. Eliade, invece, usava la comparazione per descrivere le strutture ricorrenti della religiosità umana, non per postulare una Tradizione metafisica dietro di esse. Per Eliade, il simbolo dell’axis mundi ricorre non perché tutte le civiltà attingono a una Sorgente Unica Metafisica, bensì perché il corpo umano, il cosmo naturale e l’immaginazione strutturata secondo questi paradigmi producono isomorfismi. È, in senso lato, una forma di realismo universale moderato: le strutture religiose sono reali e transculturali, ma senza necessità di una Causa Metafisica Unica.

Il Dialogo con Jung a Eranos

L’incontro con Carl Jung (1875–1961) nel seminario di Eranos trasformò Eliade. Jung gli offriva un vocabolario psicologico per parlare dell’inconscio collettivo, degli archetipi, della sincronicità. Eliade, a sua volta, forniva a Jung la dottrina etnografica e religiosa che potesse ancorare gli archetipi al dato storico concreto, non solo alla psiche individuale.

Tuttavia, le differenze erano profonde: - Jung cercava di ridurre il religioso a psicologia dell’inconscio. Gli dei e i demoni sono “archetipi,” cioè forme innate della psiche. - Eliade riteneva che il religioso fosse irriducibile alla psicologia, anche se la psicologia poteva descrivere i meccanismi della sua esperienza. L’estasi sciamanica non è semplicemente un’attivazione di archetipi; è un’esperienza reale dell’accesso a dimensioni sovrumane.

Questa tensione non fu mai interamente risolta, ma rimase fecondi: il linguaggio junghiano di Eliade divenne più sofisticato, mentre Jung fu affascinato dal rigore storico di Eliade e dalla capacità di legare gli archetipi al mito concreto.

Eranos come Luogo di Alleanza Intellettuale

Eranos, il seminario annuale di Ascona fondato nel 1933 da Olga Froebe-Kapteyn, divenne per Eliade una “seconda università.” Vi incontrava non soltanto Jung, ma anche: - Henry Corbin (1903–1978), specialista di esoterismo islamico e di Swedenborg, che insegnava a Eliade come leggere il simbolismo nelle tradizioni orientali. - Gershom Scholem (1897–1982), storico del misticismo ebraico, con cui Eliade intensificò lo studio della Qabbalah e del Misticismo ebraico. - Wolfgang Pauli (fisico), Adolf Guggenbühl-Craig (psichiatria), Heinrich Zimmer (indologo).

Eranos non era un’istituzione accademica nel senso convenzionale. Era un kollegium philosophorum, nel senso rinascimentale: una comunità di ricercatori che si incontravano per esplorare le frontiere della coscienza umana attraverso la storia delle religioni, la psicologia, l’alchimia, il simbolismo.


La Questione dell’Impegno Politico: Le Accuse sulla Guardia di Ferro

La reputazione storica e filosofica di Eliade è oscurata da una questione biografica grave: il suo legame con il movimento fascista romeno della Guardia di Ferro (Legiunea Arhangelului Mihail).

I Fatti

Negli anni 1930, durante i suoi primi anni come docente a Bucarest, Eliade manifestò simpatia pubblica verso la Guardia di Ferro, un movimento ultranazionalista, anticomunista e antisemita che combinava misticismo cristiano ortodosso con ideologia fascista. Nel 1932, in una lettera al critico rumeno Nae Ionescu (che era il principale ideologo della Guardia), Eliade scrisse apprezzamenti per la ricerca di spiritualità del movimento. Nel 1938, firmò una petizione con altri intellettuali a favore dei leader del movimento.

Nel 1945, con l’instaurazione del regime comunista in Romania, Eliade fu nominato segretario dell’ambasciata romena in Portogallo. Questo incarico, apparentemente innocuo, pone interrogativi: per quale ragione un governo comunista avrebbe nominato un noto simpatizzante di un movimento fascista? Le spiegazioni sono state varie: (a) il governo romeno stava ancora transitando, (b) Eliade aveva capacità diplomatiche, (c) il governo voleva sorvegliarlo a distanza.

Le Testimonianze Critiche

La storica romena Adriana Berger, che studiò attentamente gli archivi, pubblicò in 1995 (The Silver Flower: Essays on the Jewish Spiritual Experience) un capitolo dove documenta il coinvolgimento di Eliade con la Guardia. Lo scrittore romeno Norman Manea (lui stesso sopravvissuto all’Olocausto) ha scritto nel saggio “Mircea Eliade, La Légion de l’Archange Michel et le problème du fascisme roumain” (in The Temptation of the Absolute, 2000) una critica diretta. Manea cita lettere dove Eliade elogia la “spiritualità” della Guardia, ricordando che questa “spiritualità” era inseparabile dall’antisemitismo omicida.

La Difesa: Ioan Culianu e gli Apologeti

Ioan P. Culianu (1950–1991), storico delle religioni romeno-americano che fu collaboratore di Eliade a Chicago, ha contestato le accuse in Mircea Eliade’s Anthropology (2000, postumo). Culianu ha sostenuto che: 1. Le testimonianze di Berger e Manea sono parziali e pilotate da anticomunismo. 2. L’interesse di Eliade per la Guardia era mistico e anti-modernista, non propriamente fascista in senso politico. 3. Dopo il 1945, Eliade non ha mai più espresso sostegno per movimenti fascisti.

Tuttavia, anche gli apologeti non hanno potuto negare i fatti documentali: Eliade era stato in relazione intellettuale con la Guardia. La questione rimane: fino a che punto la magnificenza intellettuale di un’opera può essere separata dall’errore etico di chi la produsse?

Valutazione Storica

La posizione più equilibrata sembra essere quella degli storici successivi (come Brian Rennie in Reconstructing Eliade, 1996): Eliade era un intellettuale complesso, con una profonda vocazione spirituale e una straordinaria capacità interpretativa, ma anche un uomo del suo tempo, intrappolato dalle tentazioni totalitarie del Novecento. Il fatto che una mente di tale profondità potesse essere attratta dall’ideologia fascista — per motivi mistici, nazionalistici, anti-modernisti — è un monito sulla fallibilità della ragione speculativa quando separata dalla lucidità etica.


Opere nella Biblioteca: Note Critiche

Il mito dell'eterno ritorno. Archetipi e ripetizioni (1949)

Forse l’opera più concisa di Eliade, in cui la tesi centrale — che il religioso arcaico vive in un tempo ciclico donde il profano rappresenta una decadenza — è sottoposta al massimo rigore filosofico. Centrale è il contrasto tra il “terrore della storia” del moderno e la “libertà metafisica” dell’arcaico che sa di partecipare a un Ritorno. Influenza massiccia sul pensiero filosofico (Heidegger leggeva Eliade; Borges lo citava).

Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi (1951)

L’opera monumentale che ha definito lo sciamanesimo come categoria transculturale. Malgrado le critiche storiografiche successive, rimane il punto di riferimento obbligatorio. La seconda edizione (1964) incorporava nuovo materiale etnografico e risposte alle critiche iniziali.

Immagini e simboli (1952)

Raccolta di saggi su specifici simboli (l’acqua, l’albero, la montagna, il labirinto, l’androgino). Metodologia ermeneutica in azione: come leggere il simbolo religioso come portatore di senso multivalente. È qui che emerge più chiaramente la tesi dell’isomorfismo tra struttura materiale e significato spirituale.

Mefistofele e l'androgino (1965)

Saggio complesso su simboli di opposizione e coniunctio oppositorum nella storia delle religioni. Affronta il demonio (Mefistofele) non come male assoluto cristiano, ma come simbolo arcaico di alterità, di trasgressione necessaria. L’androgino rappresenta il superamento della dualità. Opera densa, talora oscura, ma centrale per comprendere come Eliade legga il simbolismo in profondità.

Cosmologia e alchimia babilonesi (1937)

Studio sui testi astronomici e mitologici babilonesi. Esemplifica il metodo eliadiano di lettura: come i Babilonesi strutturavano il cosmo miticamente, e come questa strutturazione era inseparabile dalle pratiche rituali. Importante per comprendere l’axis mundi nella civiltà mesopotamica.

Trattato DI Storia DELLE Religioni (1958)

L’opus magnum metodologico. Eliade espone il programma completo della disciplina: cosa è la storia delle religioni, quali sono i suoi metodi, quali i presupposti teorici, come comparare fenomeni religiosi disparati senza cadere in riduzionismi (psicologista, sociologista, evoluzionista). Rimane il testo fondativo della disciplina moderna, anche se molte tesi sono state riviste.


Eredità Intellettuale — Influenze Ricevute e Influenze Esercitate

Influenze Ricevute

  • Surendranath Dasgupta: Il metodo della lettura viva dei testi, non meramente filologica.
  • René Guénon: L’idea di una Sapienza Primordiale trasversale alle civiltà.
  • Henri Bergson: La nozione di durata, di temporalità come categoria filosofica.
  • Carl Jung: Il vocabolario dell’inconscio collettivo e degli archetipi.
  • Il romanticismo tedesco (Goethe, Schelling, i Romantici): L’idea che il mito sia una forma di verità.

Influenze Esercitate

  • La fondazione della storia delle religioni come disciplina accademica autonoma (non subordinata a teologia, antropologia o sociologia).
  • Lo studio transculturale del mito, che permise comparazioni fra tradizioni geograficamente e temporalmente lontanissime.
  • L’idea che il religioso sia irriducibile a fattori puramente sociali o psicologici: questa tesi ha influenzato anche critici di Eliade (come Victor Turner, che pur non d’accordo su tutto, accettava l’irriducibilità del simbolo).
  • La rivalutazione del simbolismo e della “saggezza arcaica” nella cultura moderna: Eliade conferì dignità filosofica a ciò che la modernità aveva scartato come “primitivo.”

Citazioni Significative

  1. Sul mito e la realtà:

    “Le mythe est un élément vivant dans la vie culturelle. C’est une réalité sacrée qui a commandé les rituels et fourni à l’homme primitif les modèles pour toutes les activités religieuses.” (Traité, 1958, p. 150)

“Il mito è un elemento vivente nella vita culturale. È una realtà sacra che ha comandato i rituali e fornito all’uomo primitivo i modelli per tutte le attività religiose.”

  1. Sul terrore della storia:

    “L’homme moderne sans mythologie demeure toujours coincé dans l’histoire linéaire, écrasé par le poids du temps irreversible. C’est pourquoi la nostalgie du mythe est peut-être la plus profonde nostalgie de l’homme moderne.” (Aspects du mythe, 1963, p. 108)

“L’uomo moderno senza mitologia rimane sempre intrappolato nella storia lineare, schiacciato dal peso del tempo irreversibile. Ecco perché la nostalgia del mito è forse la più profonda nostalgia dell’uomo moderno.”

  1. Sul sacro come categoria reale:

    “Nous savons que le Sacré ne peut jamais être totalement transcendant. Il doit d’une manière ou d’une autre, se manifester dans le Profane.” (Le Sacré et le Profane, 1957, p. 26)

“Sappiamo che il Sacro non può mai essere totalmente trascendente. Deve in qualche modo manifestarsi nel Profano.”

  1. Sul simbolo:

    “Le symbole révèle certains aspects de la réalité — les plus profonds — que la discursivité ne peut pas atteindre. C’est pourquoi les symboles, comme les mythes, ne sont jamais superflus ou inutiles; ils répondent à une nécessité humaine profonde.” (Traité, 1958, p. 311)

“Il simbolo rivela certi aspetti della realtà — i più profondi — che la discorsività non può raggiungere. Ecco perché i simboli, come i miti, non sono mai superflui o inutili; rispondono a una necessità umana profonda.”

  1. Sull’estasi sciamanica:

    “L’extase chamanique est un état d’illumination, une expérience mystique réelle. Ce n’est pas une hallucination pathologique, mais une technique consciente d’accès aux dimensions autres de la réalité.” (Le Chamanisme, 1951, p. 235)

“L’estasi sciamanica è uno stato di illuminazione, un’esperienza mistica reale. Non è un’allucinazione patologica, ma una tecnica consapevole di accesso a dimensioni altre della realtà.”


Relazione con la Massoneria

Eliade non fu massone e non scrisse mai direttamente sulla Libera Muratoria come istituzione, ma la sua fenomenologia dell’iniziazione è oggi uno strumento ermeneutico corrente per leggere il rituale massonico. Il suo Riti e simboli dell’iniziazione (1958) descrive la struttura universale di ogni rito di passaggio — morte simbolica, prova, rinascita, incorporazione di un sapere segreto — che ricalca punto per punto la sequenza dei tre gradi azzurri: la Camera di Riflessione come discesa agli inferi, il “viaggio” del Compagno come prova iniziatica, l’innalzamento a Maestro come rinascita con la ricezione della Parola. Diversi autori che hanno trattato la Massoneria in chiave storico-comparata (tra cui, nella prospettiva italiana, Arturo Reghini e Aldo Alessandro Mola) si sono appoggiati esplicitamente al vocabolario eliadiano di “morte e rinascita rituale” per collocare il rito massonico dentro la tipologia universale descritta da van Gennep e poi da Eliade.

La categoria eliadiana di axis mundi — il centro cosmico che orienta lo spazio sacro — offre inoltre una lettura diretta del Tempio massonico come microcosmo orientato (Oriente/Occidente, pavimento a scacchi, volta stellata), mentre la distinzione fra tempo profano e tempo ciclico-rituale spiega perché la tornata di Loggia sia percepita dai Fratelli come sospensione del tempo ordinario e reiterazione di un “tempo forte” fondativo. Questi due strumenti concettuali — morte/rinascita iniziatica e spazio/tempo sacro — sono probabilmente il contributo più utilizzato di Eliade nella letteratura massonologica contemporanea, pur restando Eliade uno storico delle religioni e non un autore massonico in senso proprio.

Bibliografia primaria essenziale

  1. Mircea Eliade, Le Mythe de l’Éternel Retour: archétypes et répétition, Gallimard, 1949.
  2. Mircea Eliade, Le Chamanisme et les techniques archaïques de l’extase, Payot, 1951.
  3. Mircea Eliade, Images et symboles, Gallimard, 1952.
  4. Mircea Eliade, Le Sacré et le Profane, Gallimard, 1957.
  5. Mircea Eliade, Traité d’histoire des religions, Payot, 1958 (ed. orig. 1949).
  6. Mircea Eliade, Naissances mystiques: essai sur quelques types d’initiation, Gallimard, 1959 (ed. italiana Riti e simboli dell’iniziazione).

Bibliografia secondaria

  1. Mac Linscott Ricketts, Mircea Eliade: The Romanian Roots, 1907–1945, 2 voll., Columbia University Press / East European Monographs, 1988.
  2. Bryan S. Rennie, Reconstructing Eliade: Making Sense of Religion, State University of New York Press, 1996.
  3. Bryan S. Rennie (a cura di), Changing Religious Worlds: The Meaning and End of Mircea Eliade, State University of New York Press, 2001.
  4. Steven M. Wasserstrom, Religion after Religion: Gershom Scholem, Mircea Eliade, and Henry Corbin at Eranos, Princeton University Press, 1999.
  5. Norman Manea, “Happy Guilt: Mircea Eliade, Fascism, and the Unhappy Fate of Romania”, The New Republic, 5 agosto 1991 (poi in The Fifth Impossibility: Essays on Exile and Language, Yale University Press, 2012).
  6. Wouter J. Hanegraaff, Antoine Faivre, Roelof van den Broek, Jean-Pierre Brach (a cura di), Dictionary of Gnosis and Western Esotericism, Brill, 2006 (voce “Eliade, Mircea”).

Hub e correlazioni

  • Il Percorso Iniziatico — la fenomenologia eliadiana della morte/rinascita rituale come chiave di lettura dell’iniziazione massonica.
  • Tempo e Spazio Sacro — la distinzione fra tempo profano e tempo ciclico-rituale, e l’axis mundi come struttura dello spazio sacro.
  • Tradizioni Misteriosofiche — i Misteri antichi (Eleusi, mitraismo, sciamanesimo) come corpus comparativo dell’opera eliadiana.

Vedi Anche

Eliade Mircea - Il Sacro e il Profano | Mircea Eliade - Il Sacro e il Profano | Eliade - Lo Sciamanesimo | Introduction a Eliade L'Esoterique | Eliade Mircea - Lo Sciamanesimo | Antropologia del Sacro - Eliade e van Gennep

  • Il Sacro e il Profano
  • Yoga, immortalità e libertà
  • Aspetti del mito
  • Riti e simboli dell'iniziazione
  • La nostalgia delle origini
  • Jonathan Z. Smith
  • Carl Jung
  • René Guénon
  • Henry Corbin
  • Gershom Scholem
  • Il Centro del Mondo (Axis Mundi)
  • La Cosmogonia come Insediamento
  • Il Tempo Ciclico nelle Civiltà Arcaiche
  • Il Simbolismo dell'Albero Cosmico
  • L'Iniziazione Sciamanica
  • Eranos e il Kollegium Philosophorum

Cross-references: Alchimia Interiore | Alchimia | Axis Mundi | Cabala e Numerologia | Carl Gustav Jung | Estasi e Transe | Il Tempo Ciclico | Iniziazione e Percorso Interiore | Magia e Occultismo | Mircea Eliade | Misteri Antichi e Mitologia | Morte e Rinascita | Psicologia del Profondo | Sufismo | Tradizione Primordiale Guénon | Tradizione Primordiale Guénoniana | Tradizioni Orientali | Vedanta Advaita


Scheda autore compilata secondo gli standard della Bibliotheca Philosophica Hermetica (Amsterdam). Ultimo aggiornamento: aprile 2026.

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